La metapolitica
Perché le istanze del Movimento 5 Stelle non sono antipolitica ma metapolitica
Nel 1945 Vannevar Bush pubblicò un articolo intitolato “As We May Think” in cui illustrava il funzionamento di un un macchinario chiamato Memex.
“Consider a future device for individual use, which is a sort of mechanized private file and library. It needs a name, and, to coin one at random, ‘memex’ will do. A memex is a device in which an individual stores all his books, records, and communications, and which is mechanized so that it may be consulted with exceeding speed and flexibility. It is an enlarged intimate supplement to his memory.”
Per Bush, l’utilità di una tale macchina era quasi ovvia.
“The real heart of the matter of selection, however, goes deeper than a lag in the adoption of mechanisms by libraries, or a lack of development of devices for their use. Our ineptitude in getting at the record is largely caused by the artificiality of systems of indexing. When data of any sort are placed in storage, they are filed alphabetically or numerically, and information is found (when it is) by tracing it down from subclass to subclass. It can be in only one place, unless duplicates are used; one has to have rules as to which path will locate it, and the rules are cumbersome. Having found one item, moreover, one has to emerge from the system and re-enter on a new path.
The human mind does not work that way. It operates by association. With one item in its grasp, it snaps instantly to the next that is suggested by the association of thoughts, in accordance with some intricate web of trails carried by the cells of the brain. It has other characteristics, of course; trails that are not frequently followed are prone to fade, items are not fully permanent, memory is transitory. Yet the speed of action, the intricacy of trails, the detail of mental pictures, is awe-inspiring beyond all else in nature.”
Nel 1962, fortemente ispirato dal lavoro di Vannevar Bush, Douglas Engelbart pubblicò “Augmenting Human Intellect: A Conceptual Framework“.
“By ‘augmenting human intellect’ we mean increasing the capability of a man to approach a complex problem situation, to gain comprehension to suit his particular needs, and to derive solutions to problems. Increased capability in this respect is taken to mean a mixture of the following: more-rapid comprehension, better comprehension, the possibility of gaining a useful degree of comprehension in a situation that previously was too complex, speedier solutions, better solutions, and the possibility of finding solutions to problems that before seemed insoluble.”
È impossibile sintetizzare il contributo di Engelbart alla nascita dell’informatica come noi la conosciamo. Dalle interfacce grafiche a mouse e tastiera, molto di ciò che oggi usiamo è figlio delle intuizioni di Engelbart. Vale la pena ricordare che questi giganti operavano ancora in un mondo di schede perforate e calcolatori grandi come stanze.
Parlando del Memex di Bush, Engelbart affermava:
“The Memex adds a factor of speed and convenience to ordinary filing-system (symbol-structuring) processes that would encourage new methods of work by the user, and it also adds speed and convenience for processes not generally used before. […] It is also probable that clever usage of associative-trail manipulation can augment the human’s process structuring and executing capacilities so that he could successfully make use of even more powerful symbol-structure manlpulation processes utilizing the Memex capabilities. [...]
Note, too, the implications extending from Bush’s mention of one user duplicating a trail (a portion of his structure) and giving it to a friend who can put it into his Memex and integrate it into his own trail (structure). Also note the ‘wholly new forms of encyclopedia’, the profession of ‘trail blazers’ and the inheritance from a master including ‘the entire scaffolding’ by which such additions to the world’s record were erected. These illustrate the types of changes in the ways in which people can cooperate intellectually that can emerge from the augmentation of the individuals. This type of change represents a very significant part of the potential value in pursuing research directly on the means for making individuals intellectually more effective.”
Ciò che questi due splendidi folli volevano era realizzare strumenti di archiviazione delle informazioni che fossero più simili al modo in cui la mente umana funziona rispetto a quanto disponibile nella loro epoca. Come diceva Bush, i normali sistemi di archiviazione (alfabetica, numerica) proprio perché fondamentalmente diversi dal modo in cui il nostro cervello funziona (e cioè attraverso connessioni semantiche, da stabilire con rapidità, mutevoli) nascondono più di quanto non mostrino. Ciò su cui Bush ed Engelbart si concentravano era l’idea che i vecchi sistemi di archiviazione, nel loro costringere l’utilizzatore ad adattarsi a loro, impoverivano il processo creativo, parte fondamentale del lavoro scientifico. Ancora di più, l’uno e l’altro trovavano di incredibile interesse la possibilità che un singolo potesse non solo creare una sua rete di contenuti, ma condividerla con gli altri, cosicché questi non solo ricevessero le singole informazioni ma, ben più importante, la rete di connessioni che includeva queste informazioni.
In poche parole, Bush ed Engelbart si occupavano di metapensiero. Avevano capito che per poter progettare strumenti davvero utili era necessario interrogarsi sul processo del pensiero, su come pensiamo. Si erano resi conto che il problema non era arrivare a qualche brillante conclusione, ma costruire un sistema che permettesse di arrivare con più facilità alle brillanti conclusioni.
Anni dopo, nel 1990 per la precisione, un giovane ricercatore del CERN di Ginevra dal nome di Tim Berners-Lee avrebbe messo in pratica molte delle intuizioni di Bush ed Engelbart, realizzando un sistema ipertestuale per la condivisione della conoscenza chiamato Enquire. Da Enquire, nell’arco di pochi anni, Berners-Lee avrebbe sviluppato un sistema di protocolli in cui forse vi è capitato di imbattervi: il World Wide Web.
Bene, storia interessante, ma immagino vi stiate chiedendo che diavolo centri tutto questo con il Movimento 5 Stelle, Occupy Wall Street o gli Indignados. Ci stiamo arrivando, ma ci servono ancora alcuni passaggi.
Se ci riflettete, vi accorgerete che le intuizioni di Bush, Engelbart e Berners-Lee contengono già in controluce le motivazioni dell’affermazione di strumenti come Wikipedia o l’open-software. Cosa ci stanno dicendo questi pensatori? Che l’importante non sono le informazioni, i punti, ma il modo in cui i punti sono connessi. In fondo è intuitivo: pensate a una ricetta. Certo che contano gli ingredienti, ma se non consideriamo le relazioni fra gli ingredienti difficilmente otterremo un buon piatto. E lo stanno facendo partendo da una riflessione su come noi pensiamo, su come funziona il pensiero creativo.
Negli anni Cinquanta Gregory Bateson insegnava a una classe di “giovani beatniks”, per dirla con le sue parole. Bateson si presentò agli studenti con un sacchetto, da cui estrasse un granchio bollito. Poi affrontò gli studenti:
«Voglio sentire da voi ragioni che mi convincano che questo oggetto è ciò che resta di un essere vivente. Potreste immaginare di essere dei marziani: su Marte avete dimestichezza con gli esseri viventi, dato che voi stessi siete vivi, ma naturalmente non avete mai visto granchi o aragoste. Un meteorite ha portato un certo numero di oggetti come questo […]: voi dovete esaminarli e arrivare alla conclusione che si tratta di resti di esseri viventi. Come fareste?»
È Bateson stesso a raccontarci cosa accadde. Personalmente ritengo questo racconto una delle cose più belle che abbia mai letto in vita mia.
“Era una vera fortuna che insegnassi a persone che non erano scienziati e che anzi avevano un’inclinazione mentale antiscientifica. Propendevano tutti, anche se in maniera informe e inesperta, per un approccio di tipo estetico. […] Forse per caso misi davanti a loro quello che era (a mia insaputa) un problema estetico: In che modo siete in relazione con questa creatura? Quale struttura vi collega con essa? […]
I ragazzi esaminarono il granchio, e la prima cosa che osservarono fu che era simmetrico, cioè che la parte destra somigliava alla sinistra.
«Benissimo, volete dire che è composto, come un quadro?» (Silenzio).
Poi osservarono che una chela era più grossa dell’altra, dunque non era simmetrico. A mo’ di suggerimento dissi che se con i meteoriti fossero arrivati molti di quegli oggetti, avrebbero scoperto che in quasi tutti gli individui la chela più grossa si trovava dalla stessa parte (destra o sinistra). (Silenzio. «Dove vuole arrivare Bateson?»)
Tornando alla simmetria, uno disse: «Sì, una chela è più grossa dell’altra, ma entrambe sono composte dalle stesse parti».
Ah! Come è bella e nobile questa osservazione, con che prontezza il ragazzo aveva educatamente gettato nel cestino dei rifiuti l’idea che le dimensioni potessero avere un’importanza primaria o radicale e si era concentrato sulla struttura che connette. Aveva scartato un’asimmetria di dimensioni a favore di una più profonda simmetria di relazioni formali.
Sissignore, ciò che caratterizza (brutta parola) le due chele è proprio il fatto che esse incarnano relazioni simili tra le parti. Mai quantità, sempre contorni, forme e relazioni. Ecco davvero qualcosa che caratterizzava il granchio come appartenente alla creatura, come cosa vivente. […] L’anatomia del granchio è ripetitiva e ritmica; come la musica, essa è ripetitiva con modulazioni. Anzi, la direzione dalla testa alla coda corrisponde a una sequenza temporale: in embriologia la testa è più antica della coda.”
Mentre Bush si concentrava su ciò che connette le informazioni, Bateson su ciò che connette le creature viventi. Entrambi proponevano un punto di vista simile: non è il singolo elemento a contare, né la sua realizzazione concreta, ma la struttura in cui questo elemento è inserito.
Eccoli qui i sistemi complessi in due parole.
Come Bush rifletteva sul processo del pensiero, Bateson si interrogava sul processo della vita.
Ma ciò che rende tutto questo davvero affascinante è che quando facciamo ciò che Bush e Bateson ci invitano a fare, quando osserviamo l’organizzazione, il collegamento e non i punti, scopriamo non soltanto isomorfismi tra il braccio di un uomo e la chela di un granchio, in fondo prevedibili, ma isomorfismi molto più inaspettati tra ambiti apparentemente del tutto scollegati. Capita così che la rete di collegamenti tra i nodi di Internet sia isomorfa ai collegameti tra i neuroni nel cervello, ed entrambe siano isomorfe alla rete di link tra i siti Web. E che tutto ciò sia isomorfo con il modo in cui le lucciole di una particolare ansa di un particolare fiume in Amazzonia riescono a lampeggiare con perfetta sincronia pur essendo sparpagliate su diversi chilometri di argine.
In contesti diversi, elementi diversi sottoposti a differenti spinte evolutive evolvono in strutture isomorfe. Come questo sia possibile è oggetto di un dibattito che non è ancora arrivato a una conclusione, ma l’ipotesi più accreditata è che determinate strutture (dette reti piccolo mondo) siano la sintesi perfetta tra l’esigenza di rapidità nella propagazione dell’informazione e l’esigenza di stabilità della rete, in modo in fondo simile (isomorfo a un altro livello di analisi) a come la chela di un granchio e il braccio di un uomo, pur diversi, sono costruiti su un progetto simile, che la natura ha trovato così valido da applicare a diversi contesti.
Ma ancora, che diavolo c’entra tutto questo con i movimenti di protesta di questi anni?
Ciò che Bateson, Bush e gli studiosi dei sistemi complessi hanno in comune è che hanno proposto un momento di astrazione. Se mentre eseguo un compito che conosco incontro una difficoltà può avere senso fermarmi, astrarmi, riflettere su ciò che sto facendo, trovare un metodo alternativo e solo a questo punto tornare ad applicarmi al problema. Ma cosa significa questo? Cosa significa astrarsi? Significa concentrarsi non sulle singole azioni ma sulla struttura che le connette. Significa guardare ai sistemi.
Bush si è astratto dal problema della catalogazione delle informazioni, Bateson dalla biologia (in realtà dal modo in cui l’intera comunità scientifica è organizzata, ma questo è un altro discorso), gli studiosi dei sistemi complessi hanno smesso di analizzare i singoli pezzi e hanno cominciato a cercare relazioni. Ognuno di loro ha cercato, a suo modo, di ridefinire i termini dei problemi che stavano analizzando.
Le accuse più frequenti che vengono mosse ai movimenti di protesta come il Movimento 5 Stelle sono sostanzialmente due. Di scagliarsi contro l’esistente senza offrire un’alternativa (assenza di soluzioni) e di essere in questo demagocici, populisti, in una parola antipolitici.
La mia tesi è che definire questi movimenti antipolitici è del tutto scorretto. Questi movimenti non hanno nulla di antipolitico, non si oppongono alla poltica. Chiedono solo di prendersi una pausa, astrarsi e osservare il modo in cui la politica funziona, di agire sul metodo. In una parola, questi movimenti sono metapolitici.
Occupy Wall Street, gli Indignados o il Movimento 5 Stelle faticano a proporre soluzioni perché, spesso in maniera “infome e inesperta”, sentono che il problema non è trovare delle soluzioni ma modificare il modo in cui cerchiamo le soluzioni. Come Bush ed Engelbart hanno poste le basi di una delle più importanti rivoluzioni culturali dai tempi della stampa a caratteri mobili concentrandosi sul modo in cui pensiamo, così questi movimenti riflettono sul modo in cui facciamo politica, intendendo la politica come una rete di relazioni.
La politica come la intendiamo è in fondo isomorfa ai cataloghi contro cui si scagliava Bush. La politica è un sistema di connessioni, ma un sistema macchinoso, lento, pieno di vicoli ciechi e deformazioni che nulla hanno a che vedere con l’interesse generale. Se si riflette sulle strutture politiche che abbiamo creato e le si mette a confronto con le strutture economiche (generate da un sistema imperfetto ma, questo sì, vitale) non c’è da stupirsi che il mercato detti tempi e condizioni e la politica arranchi.
Ciò che questi movimenti propongono è di costruire sistemi di relazioni politiche che siano isomorfi al modo in cui pensiamo, che siano vivi in una parola. Ciò che chiedono è di realizzare sistemi che ci permettano di sfruttare la nostra intelligenza, esattamente ciò che chiedeva Vannevar Bush, ma sul piano politico/sociale e non tecnologico.
Le soluzioni sono, in questo contesto, del tutto secondarie, così come secondarie sono le conclusioni o i vantaggi che ognuno di noi ricava dal Web, se visti dalla prospettiva di un mondo senza Web. Che senso avrebbe avuto per Bush concentrarsi su Wikipedia in assenza dell’infrastruttura che la rende possibile? L’infrastruttura che è andata definendosi da Bush fino a Berners-Lee parte dalle persone, dal modo in cui pensano, e da lì definisce la tecnologia.
Se consideriamo la democrazia come un principio (le persone hanno il diritto di scegliere come vivere) incarnato in una prassi (un parlamento eletto a scadenza regolare, che legifera in rappresentanza del popolo nei limiti imposti dalla costituzione, per esempio), il punto in questo momento storico è rendersi conto che la prassi non è isomorfa al modo in cui noi spontaneamente ci organizziamo. Questa prassi, similmente al raccoglitore di Bush, ci rende più stupidi, meno efficaci e costituisce quindi un freno al nostro sviluppo.
Ciò che i movimenti chiedono è di smettere di cercare soluzioni all’interno di quella prassi e di cominciare a riflettere sull’adeguatezza di quella prassi. Metapolitica.
Ma quale potrebbe essere una nuova prassi politica? Basta guardare cosa questi movimenti dicono di sé stessi. Lo slogan di Occupy Wall Street è in questo senso paradigmatico: We Are 99%, We Will No Longer Remain Silent.
Vogliamo partecipare. Vogliamo esserci, vogliamo contribuire, ognuno con l’interezza della sua persona. Rifiutano i leader, rifiutano le strutture gerarchiche, inseguono l’idea della rete, della collaborazione, dell’ipertesto.
È davvero così facile scartare questa proposta come irrealistica? Banale? Demagogica?
In fondo, la ragione per cui le persone hanno abbracciato il Web con tanta facilità risiede forse in ciò che Bateson ci suggerisce. L’abbiamo riconosciuto come prossimo, come simile a noi, e quando abbiamo provato a usarlo ci siamo sentiti a casa. Noi tutti abbiamo provato l’emozione di scoprire un pezzo di informazione su Web senza poi essere in grado di ricostruire come ci siamo arrivati, esattamente come a volte veniamo folgorati da un’intuizione di cui fatichiamo a riconoscere l’origine.
Ciò che Bateson suggerisce, e la dinamica dei sistemi complessi evidenzia, è che non c’è nulla di più falso delle teorie del caos. Lasciato a sé stesso il mondo non soltanto non degenera in un’apocalisse entropica, ma genera ordine e intelligenza, perché ordine e intelligenza sono risposte valide. La chela del granchio non è stata creata da un qualche dio. La chela del granchio doveva essere, perché è elegante, musicale, viva. Perché è un’ottima risposta. L’intelligenza è un sottoprodotto della vita e la vita è una specifica struttura di relazioni che ben si sposa con l’intima struttura del nostro universo. Noi siamo figli di quella struttura di relazioni e, ben più importante, quando siamo interconnessi, quando possiamo collaborare, generiamo strutture isomorfe alle strutture che ci formano, e che formano quanto ci circonda. La bellezza che riconosciamo in ciò che ci circonda è un dato strutturale di ciò che siamo.
Questi movimenti ci stanno forse dicendo che dobbiamo smetterla di aver paura di noi stessi. Che dobbiamo superare l’idea di massa, non arginando, ma ridando a ogni singolarità nella massa la sua voce. La maschera di Anonymous nasconde le persone per liberare le idee.
Se la discussione sui sistemi complessi ha senso, se è una frontiera scientifica valida – e richiederebbe una certa dose di idiozia credere che non sia così – allora non vi è ragione per almeno non tentare di modellare i nostri sistemi politici su base reticolare e diffusa. Tutto ciò che ci circonda, ciò che troviamo bello e armonico, è strutturato a partire da un modello che nulla ha a che vedere con i modelli che noi usiamo per organizzare le nostre società. Constatato questo, non avrebbe senso per lo meno tentare una via alternativa?
Sono certo che una volta messi alla prova i diversi movimenti che agitano oggi la nostra società faranno grossolani errori, sono certo che riveleranno tra le loro fila farabutti e approfittatori, ma l’istanza di cambiamento che portano avanti è un’istanza metapolitica di primaria importanza. La richiesta di un nuovo modo di organizzare quel pensiero collettivo che è la politica. La richiesta di sistemi politici vitali, che perseguano l’inclusione come elemento fondativo, nella convinzione che data una struttura di connessioni adeguata le persone possano esprimere un’intelligenza di diversi ordini di grandezza superiore a quella che stiamo oggi esprimendo.
Ciò che questi movimenti chiedono è di “scartare un’asimmetria di dimensioni a favore di una più profonda simmetria di relazioni formali”. Non ci servono soluzioni, ma metodi più efficaci per cercare le soluzioni e lasciare che si affermino.















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