Buon viaggio, Voyager Uno

Forse non lo sapete, ma manca poco a un evento di importanza capitale per il genere umano (e non è tanto per dire)
Il 5 settembre 1977, spinta da un razzo Titan-Centaur, la sonda Voyager Uno partiva da Cape Canaveral, destinazione Giove. Nel corso degli anni questo piccolo pezzo di elettronica terrestre ha svolto egregiamente i compiti che le erano stati assegnati, offrendoci splendide immagine e dati fondamentali non solo di Giove e dei suoi satelliti, ma anche di Saturno e del Sistema Solare tutto.

In questi giorni, trentacinque anni dopo il lancio, Voyager Uno è ormai a una distanza di 121 unità astronomiche dalla Terra, approssimativamente la stessa distanza che separa la Terra dal Sole. A questa distanza, viaggiando a una velocità di circa 17 chilometri al secondo, Voyager Uno sta per superare i confini del Sistema Solare e inoltrarsi nello spazio profondo.

Potrebbe non sembrarvi una gran cosa. Voyager ha smesso ormai da tempo di inviare fotografie. Ormai tutto ciò che ci trasmette sono fasci di dati che viaggiano su onde radio (fasci che impiegano circa sedici ore a raggiungerci), nulla che possa eccitare più di tanto l’immaginazione di chi non è un fisico o un astronomo. Eppure questa piccola, obsoleta sonda è il primo manufatto umano a lasciare il Sistema Solare. Il primo.

Prendetevi un secondo per considerare la cosa. Questa specie di lavatrice con le antenne – lanciata da un mondo senza Web, senza derivati e spread – sta per arrivare dove “nessun uomo è mai stato prima”. A breve supererà il punto in cui la forza del vento solare non è più sufficiente a “respingere” il mezzo interstellare – quella miscela di idrogeno ed elio che riempie lo spazio tra le stelle – e a quel punto sarà ufficialmente fuori dal Sistema Solare, fuori dalla sfera di influenza della stella che è responsabile della nostra stessa esistenza. Non è strano immaginare che mentre noi continuiamo con la nostra vita una prima prova del fatto che una cosa chiamata razza umana esiste sta finalmente superando i confini del nostro mondo?

A bordo della Voyager Uno c’è un disco d’oro, pieno di informazioni sulla Terra, nel caso che qualche alieno si imbatta in quella lavatrice e si chieda da dove diavolo sia arrivata. Personalmente penso che quel disco sia poca cosa. Penso che la Voyager in sé sia uno splendido biglietto da visita. Mi piace credere che i suoi bulloni ricordino gli incubi che lo Sputnik provocò a uno Stephen King bambino, che i suoi sensori abbiano qualcosa dell’entusiasmo di Freeman Dyson e che i suoi computer conservino almeno qualche traccia della genialità di Vannevar Bush. In poche parole, mi piace pensare che quello scalcagnato aggeggio sia in grado di evocare tutta la passione, tutto l’entusiasmo e tutta l’incoscienza che ci hanno portato a costruirlo, nello stesso modo in cui i primi disegni di un bambino ci suggeriscono l’uomo che potrebbe diventare.

Via: The Atlantic.

  • filippo

    Fantastico post my friend.

  • luca

    non avrei scritto niente di diverso. Verissimo.