Prometheus – RECENSIONE
Il problema di Prometheus non è il DNA di Alien, ma il fatto che sia stato incrociato con quello di Lost

Un piccolo avvertimento. Questa non sarà una recensione spoiler free (tutt’altro…), quindi se volete restare “vergini” rispetto a Prometheus vi conviene smettere di leggere. D’altro canto, se vi fidate del mio parere, continuate. Prometheus è una truffa. Hanno fatto di tutto per convincervi del contrario, ma Prometheus non contiene alcuna eclatante rivelazione, non svela alcun mistero, non propone alcuna acuta riflessione. Non c’è alcuno spoiler che possa rovinarvi l’esperienza per il semplice motivo che non c’è alcuna esperienza da rovinare. Prometheus è soltanto un mediocre monster movie, avvolto in un’elaborata carta regalo.
Ciò detto, a voi la scelta.
Immagino che la maggior parte di voi abbia una certa familiarità con Blade Runner. Ebbene, se volete sapere cos’è Prometheus, prendete Blade Runner e arrivate fino al momento in cui Roy Batty si trova finalmente faccia a faccia con il suo creatore. Ora immaginate che mentre Batty si avvicina a Tyrell, questi si strappi la maglietta, agguanti un fucile mitragliatore e cominci a sparare. Immaginate Batty che schiva la raffica e risponde al fuoco, mentre la security della Tyrell Corporation fa irruzione nella sala e Deckard entra in azione con una bandoliera a tracolla, un fucile a pompa e un coltello tra i denti… Da oggi questo film esiste e si intitola Prometheus.
Il problema di Prometheus è uno solo: Damon Lindelof.
Ormai anche i sassi sanno che Prometheus ha il DNA di Alien, quello che Scott si è dimenticato di aggiungere è che ha anche il DNA di Lost. Prometheus usa Alien come Lost usava la botola. Il famoso DNA di Alien (visibile più che altro in alcuni elementi di design) non viene usato per sviluppare e approfondire un concetto, ma come semplice specchietto per le allodole. A trent’anni da quello che è ormai un classico della fantascienza è ovvio che ogni rimando ad Alien sia destinato a scatenare la curiosità, a provocare una ridda di domande. Questo è esattamente ciò che Scott e Lindelof volevano ottenere, avendo però pianificato sin dall’inizio di non dar risposta a nessuna di quelle domande. Sì, perché tra i tanti difetti che ha, Prometheus non è neppure un film completo. Non ha una conclusione, è solo l’inizio di una trilogia, o forse l’episodio pilota di una pessima serie TV. Prometheus è il lungo set-up di un film che personalmente non ho alcuna fretta di vedere.
Per molti versi Lost è stato l’esercizio definitivo sui cliffhanger. Un accumulo costante di promesse, un continuo rimandare a una soluzione a venire. Non si è trattato di un accidente, di un caso. Chiunque abbia visto il Ted Talk di JJ Abrams, sa che l’idea alla base di Lost è sempre stata quella della “magic box”, la scatola misteriosa che conserva il suo fascino fintanto che ci si limita ad immaginarne il contenuto senza poterlo vedere. Lost è stato la magic box definitiva. Ogni stagione si chiudeva con la promessa dell’apertura della scatola (ricordate la botola?), salvo poi scoprire che dentro la scatola c’era solo un’altra scatola. Non c’era alcuna pianificazione, nessuna risposta da dare. Lost usava le domande come puro escamotage per motivare la visione. Lost non era una sofisticata riflessione, era lingerie da quattro soldi e luci basse usate per nascondere le smagliature. Prometheus usa lo stesso meccanismo.
Ma le somiglianze non finiscono qui. Terminate le scatole, Lindelof e i suoi (Abrams è stato abbastanza furbo da sfilarsi prima) si sono trovati di fronte il problema di chiudere Lost. L’hanno risolto con una morale d’accatto, sciatte e approssimative trovate da b-movie e personaggi ridotti a pure funzioni drammaturgiche. Le stesse soluzioni adottate in Prometheus.
Prometheus comincia denunciando le sue intenzioni. Ci mostra un pianeta completamente formato – probabilmente la Terra – nel cui cielo si muove un disco volante. Accanto a una cascata, un alieno apre un contenitore sterile e ne ingurgita il contenuto, in quello che ha tutta l’aria di un sacrificio rituale. La sostanza aggredisce l’alieno a livello cellulare, scomponendone il DNA. L’alieno muore, precipita in un fiume e i frammenti di DNA si spargono nell’acqua, dando il via alle reazioni che porteranno allo sviluppo della vita sulla Terra.
Salto in avanti. In un futuro prossimo, due ricercatori (Noomi Rapace e Logan Marshall-Green) scoprono equivoci segni che potrebbero indicare che la vita è arrivata sulla Terra dallo spazio: nella fattispecie, il disegno di un omino che indica le stelle mentre si tocca le balle.
Altro salto in avanti. Siamo ora sulla Prometheus, la nave incaricata di indagare il mistero dell’origine della vita. I nostri si svegliano dal criosonno, accuditi da David, il sintetico di bordo (unico personaggio interessante del film, interpretato dal sempre convincente Michael Fassbender). Breve briefing per aggiornare l’equipaggio sulla missione (equipaggio composto prevalentemente da scienziati, che si son fatti due anni di criosonno senza sapere quale fosse la missione…) e la nave arriva a destinazione. Scelto a caso il posto dove atterrare (non è una battuta), i nostri entrano in quello che ben presto si rivela essere un complesso alieno. Nel nome della verosimiglianza, i nostri scienziati si sfilano i caschi e cominciano a toccare tutto ciò che incontrano. Le porte sigillate e la tecnologia aliena non sono un problema: David, il sintetico, ha appreso la lingua aliena “scomponendo le lingue della Terra”, e la conosce così bene da saper usare sin da subito tutti i manufatti alieni che incontra.
Mentre si controlla il biglietto per essere sicuri di non essere incappati in una proiezione di Creatura degli Abissi, i nostri si imbattono nella stanza principale del complesso (quella con la testa gigante che campeggia su tutti i poster), piena di contenitori chiusi, da cui comincia a colare una non meglio identificata sostanza organica nera. Che fare? Come ogni scienziato che si rispetti, i nostri ci giocano. In fondo sono alla ricerca dell’origine della vita, perché preoccuparsi di eventuali contaminazioni?
Da qui in poi il film deraglia (non che fin qui fossimo in territorio da Palma D’Oro). Nel momento in cui gli umani incontrano finalmente i propri creatori (che sì, sono proprio gli space jockey di Alien), Prometheus diventa un monster movie, dimenticando (o forse rimandando a un sequel) le proprie premesse. Quando il film termina, lo spettatore si ritrova esattamente dov’era all’inizio. Le domande poste dalla campagna marketing sono ancora tutte lì, intonse. Nessuna riflessione, nessun approfondimento. Ancor peggio, la sensazione è che le risposte a quelle domande non ci siano affatto. La sensazione è che, ancora una volta, Lindelof abbia accumulato elementi e misteri senza avere alcuna idea di come risolverli. Impressione resa ancora più forte dalla contraddittorietà degli elementi proposti, dalla completa incoerenza del contesto. Dal design degli alieni in giù tutto parla di sciatteria e pressappochismo. Se il design di Alien suggeriva una logica – il design segue la funzione diceva qualcuno– quello di Prometheus è privo di un punto di fuga, proprio come lo erano le trovate di Lost (l’orso polare, il mostro di fumo, i numeri sulla botola, ecc.). I segni vengono accumulati l’uno sull’altro nel tentativo di trasmettere un messaggio che non esiste, senza preoccuparsi minimamente di qualsivoglia verosimiglianza.
E qui incontriamo il secondo grande problema del film. La fantascienza, soprattutto cinematografica, è sempre stilizzazione, richiede sempre la sospensione dell’incredulità, ma la forza di Alien stava anche nel non abusare di questo meccanismo. Fantascienza e fantasy perdono qualsiasi forza quando chiedono al pubblico di credere a qualsiasi cosa perché “tanto siamo nel futuro” o perché “tanto c’è la magia”. Alien guadagnava forza proprio nel negare questo meccanismo, in modo simile a quanto fatto in tempi recenti da film come Sunshine (pur con tutti i suoi difetti) o Moon. In questi casi la verosimiglianza (anche solo minima) tecnico/scientifica rifletteva la verosimiglianza dei personaggi e dei comportamenti. A oggi la crew della Nostromo è ancora un modello ineguagliato di come tratteggiare rapporti e psicologie verosimili con pochi tocchi. Anche senza essere mai stati nello spazio, tutti possiamo riconoscere le dinamiche proposte in Alien, con gli operai animati da un po’ di sano risentimento verso i tecnici, e con quella familiarità senza amicizia che caratterizza tante situazioni lavorative. Prometheus fallisce sul piano tecnico/scientifico come fallisce sul piano umano. La tecnologia di Prometheus è ridicola, pura funzione drammaturgica (hai bisogno di un aborto in real-time due minuti prima di combattere con un alieno? Nessun problema, abbiamo la macchina che fa per te…) e lo stesso vale per i personaggi. Come nelle stagioni finali di Lost, i personaggi sono funzioni. Non hanno una vita propria, non hanno una logica o delle motivazioni: fanno solo ciò che serve alla sceneggiatura.
Prometheus scivola su qualsiasi elemento con una faciloneria che lascia basiti. I protagonisti non sono camionisti dello spazio, ma scienziati. Eppure, una volta arrivati su un pianeta sconosciuto ed entrati in una struttura aliena, si comportano come dei bambini lasciati soli in pasticceria. So che non mi crederete (io l’ho visto con i miei occhi e continuo a non crederci) ma quando gli scienziati incontrano il primo alieno, la loro reazione è provare ad accarezzarlo (e stiamo parlando di un incrocio tra un verme e un serpente, uscito da un liquame nero catramoso…), con le conseguenze che potete immaginare.
I personaggi secondari sono del tutto intercambiabili, alcuni dei principali del tutto privi di scopo (leggi Charlize Theron, che fa il possibile per salvare il suo ruolo dalla più completa inutilità, o Idris Elba), mentre i protagonisti (su tutti Rapace) vengono sottoposti a una sequenza di traumi psicologici assolutamente inverosimile. Al centro del film c’è una sequenza che coinvolge Rapace che è probabilmente la cosa più stupida e inverosimile dai tempi di Battaglia per la Terra.
Certo, visivamente Prometheus è grandioso e Ridley Scott non ha di certo dimenticato come si usa una cinepresa. Lo splatter abbonda, alcune delle scenografie – quelle prese di peso da Alien – sono a tutt’oggi impressionati, ma questo bell’incarto nasconde null’altro che un film più che mediocre.
Sostenere che Prometheus si occupi di grandi temi – l’origine della vita, le basi della religione – sarebbe come sostenere che Punto di Non Ritorno sia un trattato di fisica. Non è sufficiente denunciare un’intenzione per poter sostenere di aver ottenuto un risultato. I grandi temi di Prometheus sono puri strumenti di marketing. L’unica eccezione in questo senso è il personaggio di David. Ogni qual volta Fassbender è in scena, per alcuni istanti si può immaginare un film diverso. Mentre la crew della Prometheus si preoccupa di trovare i propri creatori, David è circondato dalle persone che l’hanno costruito, e queste persone lo trattano con la più assoluta indifferenza. L’unico momento in cui Prometheus si avvicina a essere il film che avrebbe dovuto essere è una scena che coinvolge Fassbender e Marshall-Green. Ancora una volta, però, l’ottimo setup porta solo all’ennesima delusione.
Ribadisco: Prometheus non è un brutto film, è una truffa. Se volete la fantascienza che affronta i grandi temi tornate a 2001, Blade Runner o al limite a Sunshine o The Cube. Se cercate l’intrattenimento riguardatevi Creatura degli Abissi e Leviathan, e se volete la qualità e non vi interessano le domande filosofiche non dovete far altro che tornare ad Alien, Aliens, Terminator e La Cosa. Se invece la vostra idea di fantascienza è Alien Vs Predator, allora forse Prometheus è il film che fa per voi.
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