Perché la fanfiction è il futuro della letteratura, e perché dovremmo esserne lieti

Ciò che sta accadendo nel mondo della cultura grazie alla fanfiction è una rivoluzione destinata a cambiare le regole del gioco.


Per certi versi non c’è nulla di nuovo nella fanfic. Storie ispirate al lavoro di altri autori sono sempre esistite: da Lovecraft che invitava i suoi amici di penna a ispirarsi alla sua mitologia, alla Lega degli Straordinari Gentlemen di Moore. Nei manga giapponesi la fanfic è addirittura codificata, ha una sua etichetta specifica – dojinshi – e un suo mercato.

Volendo definire la fanfic, si potrebbe dire che si tratta di opere di narrativa ispirate a universi drammaturgici non originali. Il classico romanzo fanfic prende le mosse da una storia nota, mutuandone personaggi e situazioni, per poi estenderne l’universo di riferimento o modificarne le premesse (E se Frodo non avesse distrutto l’Anello? E se Gandalf si fosse unito a Saruman?).

Limpidi esempi di fanfic sono i cortometraggi ispirati a Star Wars, o le tante storie alternative ambientate a Hogwarts. In alcuni casi, Sherlock Holmes su tutti, la fanfic è cresciuta al punto da divenire un vero e proprio sottogenere letterario.

Se guardiamo le cose da questa prospettiva ci rendiamo conto che molte opere di letteratura tradizionale sono in realtà fanfiction. Rosencrantz e Guildenstern Sono Morti di Tom Stoppard (l’Amleto). Le Notti di Salem di King (Dracula). La saga di Ilium di Dan Simmons (l’Iliade). E si può andare oltre: il sempre acuto e battagliero Cory Doctorow propone infatti una lista non esaustiva di romanzi vincitori del premio Pulitzer che sono in realtà fanfic.

 Negli ultimi anni la fanfic è cresciuta e si è sviluppata come mai prima, una crescita culminata nella pubblicazione di Cinquanta Sfumature di Grigio. Erika Leonard – vero nome dell’autrice di Cinquanta Sfumature – scrive il libro come parte di un esperimento di fanfiction collettiva ispirata a Twilight, con il titolo di Master of the Universe. Master riceve una buona accoglienza, anche se viene rimosso da alcuni siti specializzati perché troppo spinto. La Leonard lo risistema, cambia titolo e nomi dei protagonisti e riesce a venderne i diritti a una casa editrice. In breve tempo il romanzo diviene un best-seller (i dettagli potete trovarli qui e qui).

Con il suo successo, Cinquanta Sfumature di Grigio fa uscire la fanfic dai forum e la porta in libreria, a competere con i veri libri dei veri autori ed è qui che cominciano i problemi. Il successo del libro causa infatti una polemica che va oltre le le mere valutazioni legali relative al copyright (pur presenti), per mettere in discussione lo stesso diritto della fanfic ad esistere. Per certi versi si tratta di una polemica del tutto comprensibile, se non condivisibile. Difficile non empatizzare con un autore che abbia speso anni a costruire una storia, solo per poi vedersene derubato da perfetti sconosciuti che si arrogano il diritto di remixare quella storia come meglio credono.

Il problema va però ben oltre la sensibilità dei singoli autori, e non è neppure banalmente economico – anche se sarebbe sciocco negare l’importanza del denaro in tutta questa storia. Il cuore del problema è che il successo di Cinquanta Sfumature porta con sé una ridefinizione del campo culturale potenzialmente dirompente.

La stessa esistenza della fanfic, la sua pretesa di legittimità, implica infatti la negazione di qualsiasi differenza oggettiva tra autori e lettori, nonché tra letteratura “alta” e letteratura “bassa”. Questa doppia negazione è da sola in grado di scardinare i presupposti fondamentali non solo dell’industria editoriale, ma della cultura per come siamo stati abituati a intenderla fin qui.

In questo senso, la fanfic va a braccetto con la crescita ormai incontrollabile di libri, fumetti, musica e film autoprodotti, o comunque finanziati al di fuori dei normali circuiti, così come si dimostra isomorfa alla sempre più pressante richiesta di democrazia diretta che sta emergendo nelle società occidentali.

La vera posta in gioco in questa piccola rivoluzione è lo status, cioè l’esistenza di una differenza intrinseca tra scrittori e lettori, tra autori e fan. Questo perché la qualità, per quanto ci dispiaccia ammetterlo, non ha alcuna dimensione oggettiva, essendo una pura costruzione sociale.

Se infatti ci fermiamo a riflettere, è facile accorgersi di come l’importanza delle opere considerate fondamentali nella letteratura non abbia tanto a che fare con la qualità, quanto con la dimensione “sociale” di quelle opere, con la loro capacità di fare rete e di indurre un cambiamento. L’importanza della Divina Commedia – o dell’opera omnia di Shakespeare, o dell’Odissea – va oltre la sua qualità. La Divina Commedia ha contribuito alla creazione di una lingua: difficile discutere di copyright di fronte a questo.

Ovvio però che l’importanza della Divina Commedia sia collegata anche alla sua qualità. Ovvio che si possa sostenere che la sua capacità di indurre un cambiamento derivi dalla sua qualità. In fondo, la Divina Commedia differisce da un libro come Jurassic Park per la ricchezza e la padronanza della lingua, per la raffinatezza della costruzione e dei riferimenti culturali, per l’importanza dei temi trattati. In un caso siamo di fronte a vera letteratura, nell’altro a semplice intrattenimento. Tra le due opere vi è un abisso.

O almeno ne siamo convinti. La ricchezza del lessico e l’articolazione del linguaggio possono davero essere considerati valori assoluti? Dante e Hemingway si sarebbero trovati concordi su questo punto? E Shakespeare ed Ellroy? Non vi è forse un momento in cui usare una lingua meno strutturata, un lessico meno ricercato, diviene una scelta possibile? In cui questa scelta diviene un modo per esprimere una certa idea di letteratura? Quando questo accade è ancora possibile usare la ricchezza lessicale come parametro di giudizio prescindendo dall’intenzione dell’autore? E per quanto riguarda gli argomenti, è davvero possibile stilare una classifica e decidere quali argomenti siano alti e quali bassi? O dobbiamo forse spostarci ai sottotesti, e valutare ciò di cui un libro parla davvero, a dispetto del suo strato superficiale? Ma nel fare questo possiamo ancora pretendere che la nostra analisi sia oggettiva?

 Basta pensare al punk. Non è possibile comprendere quel movimento musicale limitandosi al valore intrinseco delle canzoni che ha prodotto. Per capire quel fenomeno dobbiamo collegarlo al suo contesto, perché è proprio quel contesto che giustifica le scelte musicali fatte. Ma se accettiamo questo, possiamo ancora paragonare God Save The Queen con una sinfonia Mozart e definire senza esitazioni la seconda superiore alla prima? Se accettiamo la dimensione storica e sociale presente tanto nei Sex Pistol che in Mozart, dobbiamo a malincuore accettare il fatto che è impossibile paragonare o mettere in scala i due fenomeni, al di fuori del puro gusto personale.

Certo, vi è un’ovvia differenza fra un autore che usi esclusivamente la paratassi, o che riduca al minimo l’aggettivazione, in ragione di una certa idea di letteratura e un autore che raggiunga lo stesso risultato per semplice incompetenza. Però anche questo è un terreno scivoloso. Se è infatti noto cosa pensino, o cosa pensassero, i grandi, quando ci si sposta verso gli autori minori, e ancora più giù verso i fan (notare come la lingua implichi già un giudizio di valore) spesso se ne ignorano background e motivazione e ci si limita a presumere che qualsiasi deviazione dalla norma sia frutto di ignoranza e incapacità, e non già scelta consapevole. Nel fare questo si usa il più basilare dei meccanismi di economia cognitiva: il pregiudizio, basato ancora una volta sul prestigio dell’autore.

La verità è che l’oggettività della qualità è un’illusione, a meno che non si voglia fare come gli accademici contro cui si scagliava Robin Williams ne L’Attimo Fuggente, intenzionati a valutare poesia e letteratura con matita e righello (da notare che imboccando questa strada si arriverebbe inevitabilmente a dover decidere se L’Iliade sia un’opera superiore a Se Questo è un Uomo, se L’Amleto sia migliore o peggiore de I Promessi Sposi e altre idiozie del genere).

Se si accetta questo, l’unica, vera differenza tra fanfiction e letteratura è rintracciabile nel prestigio, non solo dell’autore, ma anche del pubblico. È ovvio che un lavoro di Umberto Eco venga valutato diversamente dal lavoro di uno sconosciuto utente di forum e questo avviene in partenza, in ragione del prestigio di cui Eco gode. È un pregiudizio, in senso stretto. Ma, se ci si riflette, ci si rende conto che anche l’altra dimensione a cui abbiamo riconosciuto una qualche oggettività, quella che abbiamo definito “importanza dell’opera” dipende direttamente dal prestigio. L’importanza di un’opera è in fondo la sua capacità di modificare il contesto che la circonda. Questa qualità non è esclusiva dei grandi classici della letteratura: sia Star Wars che Il Signore degli Anelli hanno sconvolto i propri contesti di riferimento, in un caso arrivando a creare da zero un nuovo genere letterario. Il punto è che in questo caso l’intero contesto di riferimento non gode di un prestigio adeguato.

È infatti logico supporre che la grande maggioranza dei letterati italiani indicherebbe La Divina Commedia come il libro più importante mai scritto, mentre la grande maggioranza degli appassionati di fantasy punterebbe probabilmente il dito su Il Signore degli Anelli. Dove sta la differenza tra questi due gruppi se non nel prestigio, nell’autorevolezza e cioè in una dimensione prettamente sociale?

Cinquanta Sfumature di Grigio, come tutta la fanfiction, si inserisce proprio in questo meccanismo, negando di fatto questa differenza sociale. Cinquanta Sfumature viola quel patto non scritto che dice che qui ci sono gli autori e lì i lettori e che i due sono gruppi distinti, con ruoli ben definiti e regolati economicamente. Ci dice che può non piacere, ma nessuno può arrogarsi il diritto di decidere cosa sia importante in assoluto. Così come nessuno può decidere cosa sia bello in assoluto.

Questo è dirompente, perché è proprio questa strutturazione sociale, questo grado di complessità, che permette agli scrittori di poggiare i piedi su un terreno solido.

L’unica protezione di cui un autore dispone è infatti proprio il prestigio, lo status. Senza di esso – senza l’etichetta di “scrittore” – un autore è solo qualcuno che sta raccontando una storia, come facciamo tutti quando raccontiamo una barzelletta o ci lamentiamo della fila alla posta. Senza contare che è proprio lo status di scrittore che permette di ottenere un codice a barre, trasformando le idee in prodotti. Per definizione, le idee non possono essere quantità discrete, laddove i prodotti devono necessariamente esserlo.

Alcuni scrittori liquidano tutta la fanfiction come pessima arte, indegna di considerazione. Alcuni la chiamano violazione del copyright, o del marchio, e ogni tanto qualche svitato minaccia di denunciare i suoi lettori per aver avuto l’ardire di raccontarsi l’un l’altro delle storie. Sono sinceramente stupito da questi atteggiamenti. La cultura è ben più antica dell’arte – a dire che abbiamo avuto attività sociali basate sul raccontare storie ben prima di aver avuto una classe di artisti la cui creatività fosse privilegiata ed elevata al di sopra della comune creatività di un bambino che sa di poter dipingere, disegnare, raccontare una storia, cantare una canzone, scolpire e inventare un gioco.

Chiamare tutto ciò un fallimento morale – un nuovo fallimento morale, per di più! – è voltare le spalle a milioni di anni di storia umana. Non c’è alcun fallimento nel fatto di interiorizzare le storie che amiamo, nel riadattarle perché si sposino meglio con la nostra mentre. La storia di Pigmalione non è cominciata con Shaw, o con i Greci, e non è finita con My Fair Lady. La storia di Pigmalione ha almeno qualche migliaio di anni – pensate a Mosè creduto il figlio del faraone – ed è stata rivisitata in migliaia di storie della buona notte, racconti, partite di D&D, film, storie di fanfiction, canzoni e leggende.

Chiunque racconti nuovamente quella storia fa a un tempo qualcosa di originale – non ci sono due racconti uguali – e di derivativo, perché non esistono le idee originali. Le idee sono facili, l’esecuzione è difficile. È per questo che gli scrittori non si scaldano più di tanto quando vengono avvicinati da qualcuno con una grande idea per un romanzo. Abbiamo tutti più idee di quante ne possiamo usare, ciò che ci manca è un tutto coeso.

In questo splendido – per sintesi e per forza – passaggio, Doctorow coglie perfettamente il punto: la fan-fiction mette in crisi lo status dei produttori d’arte. Come dice giustamente Doctorow, l’arte di raccontare storie è ben più antica dell’esistenza di una casta specifica di cantastorie, ed è un’illusione credere che la prima non possa esistere senza la seconda. La verità è che deve esistere una casta di produttori d’arte perché deve esistere un prodotto arte, e questo prodotto deve esistere cosicché possa avere un prezzo e gli acquirenti dispongano di criteri oggettivi di valutazione. Basti pensare a ciò che accade nel mondo dell’arte contemporanea, dove la scomparsa di qualsiasi concetto di pubblico (qualsiasi concetto che non implichi la punizione dello stesso) ha portato a quello che è di fatto un predominio assoluto e incontrastato delle gallerie e dei critici, che decidono in piena autonomia cos’è e cosa non è arte.

Nessuno dispone di una definizione oggettiva di cosa sia “arte”, mentre tutti sanno cos’è una cazzuola, o una bicicletta. Ma se l’oggetto della compravendita sfugge a qualsiasi definizione, come posso io acquirente sapere cosa sto comprando? Ho bisogno di garanzie, che mi vengono date dallo status del produttore, definito dalla valutazione dei critici. Il sistema dell’arte – o della letteratura, o del cinema – è un sistema che introduce complessità – sottoforma di specifiche figure interconnesse in una struttura stabile – al fine di assicurarsi un mercato.

Non era forse questa una delle riflessioni alla base della Merda D’Artista di Manzoni?

Quando in questa equazione entra la fanfiction, l’intero meccanismo entra in crisi. Se i fan possono divenire autori, allora gli autori non hanno alcuna specificità, nessun valore di mercato, nessuna protezione se non quella cosa sfuggente e soggettiva che si chiama qualità. Viene meno il prestigio, che è la massima forma di protezione e di deformazione del mercato. Le opere non sono più valutabili a priori, ma solo ex post.

Quando si considerano questi elementi, diventa facile rendersi conto di come la polemica relativa alla fanfiction vada a braccetto con le polemiche che vedono contrapposti blogger e giornalisti, o comuni cittadini e politici di professione. Le argomentazioni sono incredibilmente simili. Gli specialisti di un campo, gli attori di uno specifico sistema, cercano di difendere il mondo all’interno del quale hanno senso. Questi attori non lasciano che siano i prodotti a parlare (consapevoli che la qualità è un concetto liquido), pretendono invece di spostare la discussione sul terreno della legittimità. Il problema non è capire se Cinquanta Sfumature di Grigio sia o meno un buon libro, o se le proposte – per dire – del Movimento Cinque Stelle siano o meno adeguate. Il problema è che Cinquanta Sfumature di Grigio non dovrebbe arrivare in libreria, così come il Movimento Cinque Stelle non dovrebbe potersi presentare alle elezioni e i blog non dovrebbero avere la stessa visibilità del sito di un quotidiano.

Per giustificare la difesa di quella che è soltanto una rendita di posizione, questi attori sostengono che il venir meno di un dato sistema non potrà che portare al disordine e infine all’anarchia. Prospettano un mondo di sei miliardi di scrittori (o politici) , in cui sia impossibile orientarsi e scovare la qualità. Nel far questo, sostengono implicitamente che ci sia una differenza di fondo tra loro e gli altri, qualcosa che dà loro un diritto che vorrebbero fosse negato agli altri. Come gli stregoni spiazzati dall’arrivo dei medicinali, i professionisti dei diversi settori cercano di convincere il mondo di essere in possesso di una qualche qualità occulta e inconoscibile, preclusa al resto del genere umano.

Ma, come dice ancora Doctorow, le idee sono facili, l’esecuzione è difficile. Lavoro, non talento. Sudore, non illuminazione. Merito, non nascita. Siamo ossessionati dall’originalità, dall’artista, dall’arte. Ci impegniamo nel mantenere vivo il mito di un quid indefinibile che rende unico ciò che amiamo e gli artisti in cui ci riconosciamo, senza renderci conto che così facendo non difendiamo l’arte, ma il mercato.

Non si tratta di buttare a mare la convinzione che servano talento e ispirazione per poter scrivere un romanzo, quanto di rifiutare l’idea che qualcuno abbia il diritto di decidere cosa sia arte – o professionalità – e cosa no. L’idea alla base della fanfiction è che i lettori sono perfettamente in grado di svolgere questo compito da soli.

In questi giorni sto leggendo un interessante libro di John Casti, matematico americano ed esperto di complessità. Casti analizza quelli che chiama eventi X, eventi inaspettati, violenti, in grado di cambiare gli scenari in cui si verificano (eventi come l’uragano Katrina, o la crisi dei mutui subprime). Concentrandosi sugli eventi X provocati dall’uomo per l’uomo, Casti sostiene che la loro occorrenza sia legata al grado di complessità dei sistemi.

Quando il livello di complessità o la discrepanza diventano superiori alla capacità di sopportazione del sistema è necessario ridurre la complessità per raddrizzare la situazione. Un evento X è semplicemente il modo adottato dal sistema per ristabilire un equilibrio sostenibile.

 E ancora, parlando dell’attuale crisi economica:

Il problema è che l’intero sistema finanziario è diventato eccessivamente complesso per essere sostenuto. La tesi si fonda sul fatto che abbiamo raggiunto un tale stato di complessità istituzionale che rende impossibile semplificarlo, a meno di un crollo totale. Le banche più grandi del mondo devono diventare più semplici, molto più semplici. Ma è quasi impossibile per organizzazioni complesse, burocratiche e quotate in borsa ridurre volontariamente le proprie dimensioni.

Ciò che è accaduto nei nostri sistemi culturali è in fondo simile. Gradi di complessità crescenti, con la nascita di caste specializzate che fondano la propria esistenza sul riconoscimento ricevuto da altre caste specializzate (uso il termine casta in senso stretto, senza alcuna connotazione). Un sistema che ha aumentato i propri gradi di complessità e che si trova ora di fronte spinte semplificatrici (come la fanfic). Quando ciò avviene il sistema mette in atto complesse strategie difensive, cercando di assicurare la propria sopravvivenza. Ma se è ben vero che abbiamo bisogno degli attori del sistema e, soprattutto, dell’oggetto del sistema – in questo caso le storie – il sospetto che non vi sia più bisogno della struttura burocratica sovrastante è più che fondato.

About the Author

Luca Rubinato

Luca Rubinato

Make the world a better place. Eat children

Visit Website

  • http://spettacoli.blogosfere.it/ Alessio Cappuccio

    articolo spettacolare. Complimenti!!!

  • Mylo

    Avrei voluto scrivere un commento ricco di paroloni e di concetti complessi su questo articolo, ma mi rendo conto che non mi riesce di…articolarne! (però il pezzo in questione mi è piaciuto un sacco, per argomenti ed argomentazioni). Davvero un ottimo lavoro, interessante e che ti spinge ad andare lontano col pensiero, in direzioni inaspettate, da uno spunto iniziale insospettabile secondo la mia percezione del fenomeno letterario che ti è servito da pretesto per l’articolo.

  • Pingback: Cinque Stelle

  • Pingback: Un battito d'ali